Federico Unia: la rivoluzione negli occhi, maledetta poesia

Pensate a un negozio d’alimentari, né in centro, né in periferia, di una grande città da voi poco amata o conosciuta, che a fine giornata chiude, le luci si spengono di colpo e lasciano tutto al buio fuorché il frigo-rifero delle bibite che freddamente tiene la scena: siete spettatori di qualcosa che vi incanta e vi consuma poeticamente e non vi chiedete per-ché, la sostanza del nulla, l’abisso della percezione dell’essere. Ecco, la pittura di Federico Unia ci ricorda il mistero della vita che lancia continuamente messaggi circondati di buio e l’incanto di tutte le forme di passaggio da uno stato a un altro; nelle sue tele tutto sa di realtà, tutto si mostra con la forza di una pistola pronta a sparare ma poi, im-provvisamente, le parole/pennellate/nuvole spray o atti di colore, s’in-frangono contro lo spiazzamento, dentro il piacere che annebbia la mente, nel dolore del rimpianto del tempo che è passato senza lasciare un vero ricordo, provocando quell’intuizione velocissima che sfiora l’incanto, appena dischiuso, nel coma generale. Cosi’ nascono gli inseguimenti, le passioni nascoste, i ricordi inutili, le coltellate urlate, i tradimenti di chi scopre la sua solitudine esistenziale e si sente impotente perché affascinato, allo stesso tempo, dal buio e dalla luce, dalla vita e dalla morte, dal risparmio e dallo spreco. In questa mostra a tema, gli anni 6essanta, il suo talento d’artista non fa che offrire lo spunto, a chi vuole sollevarsi da terra, di riemergere dalla stanchezza dell’ovvio per poi lasciarsi andare. Gli anni Sessanta non erano, per caso, la massima contraddizione possibile e il bisogno di fermare il fiume di cio’che era stato detto e fatto per poi contare per se stessi senza confini? Erano anni poetici dove la poesia uccideva con la fantasia. Erano anni di pote-ri conquistati col gusto dell’apocalisse o del millenarismo. Erano anni belli e tragici. Per questo lo stile di Unia nascendo dalla strada e dai muri, prima ancora delle Gallerie e Accademie, ha bisogno di beat e di twist per sovvertire, regalando agli occhi la rivoluzione della cecità che sa vedere come l’indovino Tiresia oltre l’immagine per comprendere nel segno pulito, nell’incrostazione dello sfondo, nella scritta violen-ta, nel messaggio sociale, nel ritaglio fotografico, nell’ironia e nel gusto compositivo purissimo, la sensazione di un perdurante sfondamento senza misura che non accontenterà mai la psiche con facili soluzioni e di un’Arte trapassante che ha bisogno di vita perché ferma non ci sa stare. Noi siamo il movimento, tutti. Grazie Federico.

(Luca Sartini,2009)

Consulta il profilo di Omer su